Cristiano Baricelli è un archivista.
La sua opera è un catalogo ragionato del caos, della paura, della privazione, del male.
Conservare, classificare, selezionare e riutilizzare sono, per l'artista, attività
necessarie ad arginare il caos urgente della carne, della mutazione perenne ed implacabile,
della condanna ad esistere che fa del mondo un macello in perenne spasmo. Non c'è spazio
per consolatorie risurrezioni: se non per assicurare sempre rinnovata materia alla
mattanza.
L'arte di Cristiano Baricelli è un'antenna gettata nel buio, a tentare quel territorio
oscuro che l'occhio vede a malapena ma che il corpo conosce fin dal primo respiro: un
territorio fatto di viscere, fluidi, umori, malesseri, desideri impossibili, vane tensioni.
Un territorio dove è facile smarrire nell'indeterminato, nel vago, nello sfumato la
chiarezza del segno.
Tuttavia, Baricelli non cede alla tentazione dell'oscuro. Da buon catalogatore, conosce
i segni e li sa organizzare in piena lucidità - in piena luminosità. L'oscurità che i
suoi disegni trasmettono è tutta mentale e, perciò, più profonda dell'oscurità stessa:
oscurità ideale, astratta, assoluta, oscurità pienamente illuminata dalla consapevolezza,
oscurità che fa camminare l'artista di pari passo con altri squisiti maestri: Ensor,
Redon, Kubin, ma anche Kafka, Lynch, Burton.
Lo spasmo si fissa in figure grottesche, a volte patetiche, a volte inquietanti, il più
delle volte entrambe le cose: il prete, braccio armato di una Religione che, facendo
della Resurrezione la propria chiave di volta escatologica, inchioda l'uomo al male
radicale dell'esistenza in quanto carne e fisiologia, ed il fantoccio, vittima espiatoria
di tutto ciò che è perché deve essere, non più cosa - strappato a forza dalla beata
incoscienza dell'oggettualità, tirato via dall'essere e condannato ad esistere in quanto
soggetto - e non ancora persona, capace di provare dolore ma incapace di muovere gli arti
per fuggire, difendersi, parare il colpo.
Questo vuole essere un invito alla prudenza. Quando viaggiate in treno, sedete in un
ristorante, aspettate il vostro turno in qualche sala d'aspetto desolata, state attenti
alla persona che vi scruta prendendo rapidi appunti su di un pezzo di carta.
Cristiano Baricelli è un archivista, e potreste entrare a far parte del suo archivio.
Forse siamo già tutti lì, imprigionati nella carta, e quelli che stiamo per vedere in
mostra sono i nostri ritratti: quella carta è la nostra carne, quei segni siamo noi.
Paolo Tedeschi